Negli ultimi anni il dibattito su videogioco e arte è passato dal margine dei forum a stanze di discussione accademica e culturale. Non si tratta più di un semplice passatempo; è un linguaggio capace di raccontare storie, trasmettere emozioni e influenzare il pensiero collettivo. Questa evoluzione è testimoniata da iniziative diverse, dal libro di un giovane divulgatore alla mostra dedicata al medium, fino a progetti artistici che fondono pittura e gameplay.
Tre protagonisti emergono in questo panorama: Massimiliano Stazi, noto come “Save a Gamer”, il suo volume “Sono solo videogiochi” e l’allestimento “PLAYERS” negli spazi dell’M9 a Mestre. Analizzandoli, è possibile cogliere come il gaming si stia affermando come forma d’arte riconosciuta e valorizzata.
Massimiliano Stazi e il libro “Sono solo videogiochi”
Massimiliano Stazi, creatore della pagina “Save a Gamer”, ha costruito una community di oltre 800.000 follower su Instagram, YouTube e TikTok, dove combina curiosità, ricerche scientifiche e testimonianze storiche per difendere il videogioco da stereotipi e pregiudizi. Nel suo libro, pubblicato da Rizzoli, Stazi ricorda il primo ricordo di gioco: un pomeriggio in famiglia, joystick in mano, protagonista un vampiro la cui identità resta sfocata. Da quel frammento nasce una riflessione più ampia su come i videogiochi siano percepiti come semplici divertimenti di serie B rispetto alle forme artistiche tradizionali.
Il volume non è un saggio accademico pur mantenendo capitoli supportati da evidenze scientifiche; è una narrazione accessibile che punta a collocare i giochi accanto a cinema, letteratura e musica. Stazi invita genitori e non-giocatori a osservare, conoscere e condividere l’esperienza ludica, sottolineando che, come per film e libri, esistono rating d’età ma non c’è motivo di demonizzare un medium che può anche generare dipendenza se usato senza consapevolezza. Il messaggio centrale è chiaro: giocare insieme non è reato, ma un’opportunità di crescita condivisa.
La mostra PLAYERS a Mestre: otto decenni di evoluzione ludica
Fino al 14 febbraio, gli spazi dell’M9 a Mestre ospitano l’esposizione “PLAYERS”, un percorso interattivo che ripercorre gli ultimi ottanta anni di storia dei videogiochi, dalle prime console agli headset di realtà virtuale. L’allestimento è concepito come un linguaggio visivo che unisce cultura pop design industriale e storytelling. I visitatori possono toccare console storiche, sperimentare giochi di epoche diverse e osservare come il design grafico sia cambiato in risposta a nuove tecnologie e a una crescente consapevolezza estetica.
Oltre agli elementi tecnici, la mostra mette in luce il ruolo del gioco nella società: dalla socializzazione negli arcade degli anni ’80 alle narrazioni complesse dei titoli contemporanei che affrontano temi politici, psicologici e ambientali. L’interattività è al centro dell’esperienza: i partecipanti sono invitati a partecipare a mini-tornei, a creare pixel art e a confrontare le proprie impressioni con quelle di altri visitatori, trasformando l’esposizione in un vero e proprio laboratorio di cultura ludica.
Quando l’arte incontra il gioco: esempi storici e moderni
Pittura classica e tavoli da gioco
Il legame tra arte e gioco non è una novità. Dipinti come “I bari” di Caravaggio mostrano la tensione tra inganno e innocenza, mentre “I giochi dei bambini” di Pieter Bruegel cattura ottanta attività ludiche, ciascuna carica di simbolismo sociale. Anche Paul Cézanne, con “I giocatori di carte”, utilizza la scena di un gioco per costruire una composizione di forme geometriche, lasciando allo spettatore il compito di immaginare la narrazione al di là dell’immagine.
Videogiochi ispirati all’arte tradizionale
Nel mondo digitale, titoli come Monument Valley traggono ispirazione dalle illusioni ottiche di M.C. Escher, trasformando la percezione spaziale in meccanica di gioco. Okami adotta lo stile delle pitture giapponesi ukiyo-e, permettendo al giocatore di dipingere l’ambiente con il proprio pennello virtuale. Altri esempi includono giochi da tavolo come Canvas dove i partecipanti assumono il ruolo di artisti, e Kanagawa che ricrea l’esperienza di apprendere da Hokusai stesso.
Prodotti più recenti, come puzzle digitali che ricostruiscono opere d’arte famose, dimostrano che l’estetica visiva è ormai parte integrante dell’intrattenimento. Anche le piattaforme di poker online curano palette cromatiche, animazioni e layout per riprodurre l’atmosfera di un tavolo reale, confermando che il design non è più mero ornamento, ma elemento fondamentale dell’esperienza ludica.
Che si tratti di un dipinto del XVII secolo o di una stanza VR, entrambi invitano il fruitore a esplorare, interpretare e, soprattutto, a sentirsi parte di una narrazione più ampia.



