Il mondo dei videogiochi è in continua evoluzione, con una transizione sempre più marcata verso il digitale. Ma questa scelta è davvero dettata dai giocatori o è il mercato a guidarci verso un futuro già scritto?
Negli ultimi anni, servizi come Game Pass e PlayStation Plus hanno rivoluzionato il modo in cui accediamo ai giochi. La comodità di avere centinaia di titoli a portata di click ha convinto molti a lasciare da parte i supporti fisici. Ma cosa si perde in questo passaggio?
Il valore tangibile dei supporti fisici
Un tempo, un videogioco era un oggetto tangibile, un ricordo che poteva essere prestato, regalato o rivenduto. Ogni scatola, ogni disco, ogni manuale spiegazzato raccontava una storia. Shadow of the Colossus in 3D stereoscopico, Red dead redemption 2 con la mappa e il cavallino pupazzo: questi oggetti non erano solo contenitori, ma parte integrante dell’esperienza di gioco.
Il mercato dell’usato non era solo un modo per risparmiare, ma una rete sociale costruita attorno ai videogiochi. Entrare in un negozio per vendere un titolo poteva trasformarsi in una conversazione appassionata sull’ultimo gioco uscito, creando legami e condividendo passioni.
La psicologia dietro la scelta
Perché molte persone continuano a preferire il supporto fisico? La risposta potrebbe risiedere nell’effetto dotazione un concetto della psicologia comportamentale che spiega come tendiamo ad attribuire maggiore valore a un oggetto semplicemente perché è nostro. Questo legame emotivo spiega perché conserviamo giochi che non avvieremo mai più, perché venderli sembra quasi sbagliato.
Russell Belk ha definito questo fenomeno extended self il ‘sé esteso’: alcuni oggetti finiscono per diventare una parte della nostra identità, raccontando chi siamo stati e cosa abbiamo vissuto.
Il ruolo delle aziende nel mercato
PlayStation 5 Digital Edition, l’espansione di servizi come Game Pass e PlayStation Plus, il cloud gaming e persino le nuove Game-Key Card di Nintendo Switch 2 sembrano raccontare un mercato che non si limita a seguire il cambiamento, ma lo sta guidando. La domanda è: siamo noi a scegliere il digitale o è il mercato a renderlo l’unica opzione?
Il rapporto Io sono Cultura 2026 rivela che i videogiochi sono il principale motore economico della cultura italiana, con un valore aggiunto di 18,6 miliardi di euro nel 2026. Questo settore non solo genera occupazione, ma rappresenta una vera e propria componente culturale, con produzioni ispirate all’arte, alla storia e ai beni culturali.
In un’epoca in cui la tecnologia e la cultura si fondono, iniziative come Double Reality a Brescia mostrano come la realtà virtuale possa trasformare i musei in esperienze immersive. Questo progetto unisce patrimonio culturale, tecnologia e performance contemporanea, creando nuove modalità di fruizione del patrimonio.
Mentre il mercato continua a evolversi, è importante riflettere su cosa stiamo guadagnando e cosa stiamo perdendo in questo cambiamento.



